È del 19 maggio  la notizia che a Napoli sono state uccise due donne che lavoravano come sex worker. Sono state portate in un cantiere abbandonato da un cliente. Questo, non intenzionato a pagare la somma richiesta, ha abusato di loro per poi togliergli la vita. Da lì Sara Tkacz e Lyuba Hlyva non sono più uscite. A inizio mese, a Imola, un’altra sex worker è stata condotta in un seminterrato e stuprata dietro minacce di morte. Risale invece a fine 2025, a Veneziail ricatto a due ragazze trans migranti fermate per una segnalazione di furto, da parte di un vice ispettore di polizia che ha preteso prestazioni sessuali in cambio di non procedere con la denuncia. Quando le due ragazze si sono rifiutate, il graduato ne ha seguita una in bagno e l’ha violentata. L’ha inoltre ricontattata nuovamente dopo il rilascio, estrapolando il suo numero dai verbali. Non sappiamo se queste sorelle siano o meno sex worker, ma ci sembra un caso emblematico delle prassi di ricatto, che il più delle volte restano sommerse, da parte di uno Stato che da una parte moralizza e vittimizza, e dall’altra si sente in diritto di abusare impunemente di coloro che marginalizza.

Sono soprattutto le persone migranti e povere, sia trans che donne cis, a conoscere bene queste realtà striscianti, a prescindere dal fatto che scelgano o meno il lavoro sessuale o che si trovino in condizioni di tratta. Le sex worker sono ammazzate continuamente. Ad Alessandria l’autunno scorso è stata uccisa Brenda Romina, una lavoratrice sessuale peruviana transfem di 27 anni, nell’appartamento in cui lavorava, da due uomini cis. La cronaca nera misgendera, parla di prostituzione maschile e menziona altri casi analoghi in diverse regioni del nord Italia, senza aggiungere altro: solo meri dati spersonalizzati che rafforzano il senso di stigma e impotenza.

Questi eventi sono avvenuti in luoghi tra loro distanti ma sono accomunati dalla violenza, dalla prevaricazione sessista, e dalla presunzione degli uomini di poter abusare; e di poterlo fare colpendo in particolare chi pratica lavoro sessuale, fino ad uccidere. Una presunzione coronata dalla complicità del SILENZIO PUTTANOFOBICO: nessuna indignazione collettiva. Solo trafiletti o brevi articoli in testate locali.

Vite spezzate con una brutalità che dovrebbe scuotere tuttə. E invece, quasi niente. Poche parole. Poco spazio. Ancora una volta vediamo conferma di come alcune esistenze vengano considerate meno di altre e di come la nostra empatia sia selettiva: nella vita, di fronte alla violenza e anche nella morte. Non è la prima volta, succede ogni anno, più volte all’anno. Solo nella città di Roma, dal 2019 al 2023 sono avvenuti un transicidio all’anno di lavoratrici sessuali migranti nei giardini pubblici. Succede tutti i giorni, perché anche quando non si arriva ai casi estremi d’omicidio puttanofobico la violenza che colpisce chi fa lavoro sessuale – ancor più se trans e razzializatə – non viene guardatə con gli stessi occhi, l’empatia si ritrae per lasciare spazio ad un doppio standard: come se chi si lavora nel sex work non sentisse, non soffrisse o non possa essere colpitə come tuttə le altrə. 

Nell’empatia che arretra, la rabbia collettiva si placa, e – in modo assordante – tace.

Ma noi non accettiamo che vengano ricordatə solo come un fatto di cronaca di secondo ordine destinato a sparire.

Noi siamo furiosə.

Non vogliamo essere vittimizzatə. Non cerchiamo un pietismo intriso di superiorità; pretendiamo, piuttosto, che questi casi inizino a essere riconosciuti per ciò che sono: non episodi isolati.

Vogliamo che si prenda consapevolezza del fatto che questa distanza, costantemente reiterata, tra chi svolge lavoro sessuale e chi invece si percepisce come più “purə”, costringe molte persone a lavorare in condizioni di rischio reali e concrete. Non basta non uccidere per non avere responsabilità: bisogna iniziare a chiedersi perché quelle morti sembrino così lontane. Le persone sex worker affrontano ogni giorno stigma, violenza e precarietà, dentro un sistema che le lascia senza protezione. Vengono aggredite, stuprate, criminalizzate, esposte ad abusi che troppo spesso restano invisibili. E quando vengono assassinate, il silenzio che segue le cancella una seconda volta.

Che piaccia o no, il sex work esiste.

E proprio perché esiste, chi lo esercita ha diritto a sicurezza, tutela, accesso alla salute, protezione dalla violenza e condizioni di vita dignitose. Quante ancora?

Perché è questo il punto: per troppe persone queste morti vengono considerate inevitabili. Quasi se la fossero cercata. Come se morire fosse un ‘rischio del mestiere’. Il ‘prevedibile’ prezzo da pagare. È facile pensarla in questo modo, ma i pensieri ‘facili’ spesso celano solo pregiudizio. La violenza contro le persone che praticano sex work è violenza patriarcale, capitalista e coloniale. È la violenza di cui ogni padre, figlio, fratello, amico potrebbe essere responsabile, e che la società sceglie di non vedere, come se non la riguardasse.

La violenza contro lə sex worker è abuso della polizia che reprime, criminalizza e ci abusa! È violenza strutturale e razzista!

Noi lə piangiamo con rabbia. Lə ricordiamo e lottiamo con rabbia.

E pretendiamo che questa rabbia diventi politica.

Per Sara.

Per Lyuba.

Per tutte quelle che non hanno avuto giustizia.

 

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