Aprile 2025 — Aprile 2026: un bilancio onesto tra novità fiscali, contraddizioni irrisolte e domande che ancora non hanno risposta

Aprile 2025. L’ISTAT introduce il codice ATECO 96.99.92 — “Servizi di incontro ed eventi simili” — e per la prima volta nella storia italiana le sex workers possono aprire una partita IVA con un codice che descrive, almeno in parte, quello che fanno davvero. I titoli dei giornali parlano di svolta, di emersione dal sommerso, di riconoscimento.

Un anno dopo, la realtà è più complicata.

Non è che non sia cambiato nulla. È che quello che è cambiato ha aperto quasi più domande di quante ne abbia risolte. Questo articolo è costruito attorno a quelle domande — le stesse che una comunità di sex workers si porta dietro, e che chi lavora nel settore si trova ad affrontare senza risposte certe.

Se vuoi approfondire il tema della legalità prima di quello della fiscalità, puoi leggere l’approfondimento che abbiamo fatto [qui → Legalità e sex work in Italia: quello che (forse) non sai ].

“Posso aprire la partita IVA? E conviene farlo?”

Sì, si può. Dal 1° aprile 2025 esiste uno strumento specifico: il codice ATECO 96.99.92, che include esplicitamente l’escorting e la fornitura di servizi sessuali esercitati in forma autonoma. La procedura è quella standard per qualsiasi lavoratrice autonoma: dichiarazione di inizio attività all’Agenzia delle Entrate, scelta del regime fiscale, iscrizione all’INPS.

Ci sono due regimi possibili:

Il regime forfettario è quello più accessibile per chi parte da zero o non ha altre situazioni fiscali. Prevede un tetto di 85.000€ annui, una tassazione al 5% per i primi cinque anni (poi al 15%), nessuna IVA in fattura, e contributi INPS alla Gestione Separata pari al 26,07% del reddito imponibile. Semplice, ma senza possibilità di dedurre le spese reali.

Il regime ordinario permette di dedurre le spese di lavoro — affitto, sito, attrezzature — applicando l’aliquota fiscale effettiva sul reddito netto dopo le deduzioni. Richiede però di documentare le spese con fatture, una contabilità più strutturata, e la liquidazione periodica dell’IVA. È il regime adatto a chi ha spese professionali significative e vuole portarle in detrazione.

Ma la domanda vera non è “come funziona”. È: a fronte di tasse e contributi, cosa ricevo in cambio?

Non esiste un CCNL per le sex workers. Non c’è copertura INAIL in caso di infortuni. Non ci sono tutele formali contro violenze o molestie. Le tutele per malattia e maternità esistono sulla carta — l’iscrizione alla Gestione Separata INPS le prevede — ma non sono accompagnate da nessun riconoscimento reale della categoria. Un anno dopo l’introduzione del codice, chi si è messa in regola si trova in una posizione paradossale: visibile per il fisco, invisibile per lo Stato sociale.

“Come faccio a emettere fattura senza compromettere la mia privacy — e quella del cliente?”

Questa è forse la domanda più concreta e più irrisolta.

Con la partita IVA si dovrebbe emettere fattura per ogni prestazione. Ma una fattura contiene dati personali — nome, codice fiscale, indirizzo — sia della lavoratrice che del cliente. In un settore in cui la privacy e la sicurezza sono questioni vitali, non accessorie, questo crea un problema reale che nessuna norma ha ancora affrontato.

Le commercialiste che lavorano con sex workers hanno individuato due soluzioni parziali:

La dichiarazione a consuntivo: alla fine dell’anno si stima il totale dei proventi, senza fatturare ogni singola prestazione. È il modo meno invasivo, ma non è una prassi riconosciuta ufficialmente e potrebbe non reggere a un accertamento.

Il registratore di cassa: emettere scontrini anonimi come in un negozio o in un bar. Tecnicamente possibile, ma nella pratica poco diffuso e ancora poco conosciuto tra le professioniste del settore.

Nessuna delle due è una soluzione consolidata. Nessuna è stata testata su larga scala né validata da un orientamento chiaro dell’Agenzia delle Entrate. Per chi vuole mettersi in regola davvero, questo rimane un punto cieco.

“Ho già lavorato senza dichiarare nulla: se mi metto in regola oggi, rischio controlli sul passato?”

È una domanda che frena molte persone, e ha una risposta scomoda: sì, il rischio esiste.

In Italia l’Agenzia delle Entrate può accertare i redditi degli anni precedenti — generalmente fino a 5 anni indietro, fino a 7 in caso di omessa dichiarazione. Aprire la partita IVA oggi non chiude il passato. Anzi, può attirare attenzione su anni in cui non è stato dichiarato nulla.

Non è detto che i controlli scattino automaticamente. Ma è una possibilità concreta che rende la regolarizzazione meno allettante di quanto sembrerebbe a prima vista. Chi vuole aprire la partita IVA dovrebbe valutare questa variabile con una commercialista prima di procedere — possibilmente una che conosca il settore, perché non tutte sono attrezzate per gestire questa situazione.

La Guardia di Finanza, nel frattempo, ha intensificato i controlli. Il caso di Massa Carrara — una escort multata con 200.000 euro per mancata dichiarazione dei redditi — e le operazioni nel Bresciano che hanno portato all’individuazione di undici posizioni irregolari dicono chiaramente che l’attenzione sul settore è cresciuta. L’alternativa al mettersi in regola non è più il silenzio tranquillo di prima.

“Ho un altro lavoro: come dichiaro entrambi senza fare coming out con la mia commercialista?”

Molte sex workers hanno un’altra professione e vogliono dichiarare entrambe le attività senza dover fare coming out con la commercialista che già le segue.

La risposta pratica è: si può. Non esiste nessun obbligo di avere un’unica commercialista, e niente impedisce di averne una separata per la partita IVA legata al sex work. L’unica accortezza è che le due posizioni fiscali devono essere coerenti nella dichiarazione dei redditi complessiva — la commercialista dedicata dovrà sapere se esistono altri redditi, anche senza conoscerne necessariamente l’origine.

Sul piano tecnico, chi ha più attività può avere una sola partita IVA con più codici ATECO — uno principale e uno secondario. I redditi confluiscono in un’unica dichiarazione. Nel regime forfettario il tetto degli 85.000€ si applica al totale.

Quello che rimane aperto è la domanda più delicata: come trovare una commercialista che conosca davvero il settore? Un anno dopo l’introduzione del codice, molti uffici dell’Agenzia delle Entrate non sanno ancora come gestire le pratiche con il codice 96.99.92. Alcune lavoratrici che hanno provato ad aprire la partita IVA hanno trovato imbarazzo e incertezza agli sportelli. La procedura esiste, ma non è ancora rodatissima.

“Vale davvero la pena aprirla?”

È la domanda che contiene tutte le altre, e non ha una risposta universale.

Perché potrebbe valerne la pena:

  • Si è in regola con il fisco e si riducono i rischi di accertamenti futuri
  • Si accumulano contributi INPS, con accesso teorico a pensione, malattia e maternità
  • I redditi dichiarati facilitano l’accesso a mutui, affitti e servizi bancari
  • Si esce da una situazione di irregolarità che può essere usata come leva di pressione

Perché potrebbe non valerne la pena — almeno adesso:

  • Si lascia una traccia permanente negli archivi pubblici che non sparisce se la legge cambia
  • Si è esposte a controlli retroattivi sugli anni precedenti
  • Il carico fiscale è significativo (26,07% INPS + imposta sostitutiva) in assenza di tutele reali in cambio
  • La fatturazione è ancora un nodo irrisolto sul piano della privacy
  • La procedura stessa non è ancora fluida: trovare professioniste preparate richiede tempo e ricerca

La risposta dipende dalla situazione individuale — da quanti anni si lavora, da quanto si dichiara in altri ambiti, da quanto si è esposte digitalmente, da quale rapporto si ha con il rischio. Non esiste una scelta giusta in assoluto. Esistono scelte più o meno informate.

Quello che ancora non sappiamo — e che costruiremo insieme

Un anno dopo il codice ATECO, il bilancio onesto è questo: lo strumento esiste, ma il contesto non è ancora attrezzato per usarlo davvero. Lo Stato ha creato un obbligo senza costruire le condizioni per assolverlo in sicurezza.

Molte delle domande di questo articolo non hanno ancora una risposta definitiva. Alcune le porterà a commercialiste e avvocate specializzate nei prossimi mesi. Altre potrebbero trovare risposta nell’esperienza diretta di chi ha già provato.

Se hai aperto la partita IVA con il codice 96.99.92, se hai trovato una commercialista preparata, se hai affrontato un accertamento o semplicemente hai domande che non riesci a fare a nessuna — scrivici. Le tue esperienze, conoscenze e domande sono parte di questo sapere collettivo che stiamo costruendo insieme.

Nota sul linguaggio: questo articolo utilizza il genere femminile come genere universale. Il termine “lavoratrice sessuale” e i pronomi femminili sono intesi come inclusivi di tutte le persone che svolgono sex work, indipendentemente dal genere.